Martedì Tata mi ha telefonato. Parlando siamo giunti a metterci d'accordo per sabato, ed io ho esposto un programma che era completamente diverso da quanto le avevo detto la sera precedente. Fin qui ci potrebbe anche stare, peccato che io non mi ricordavo della discussione fatta la sera precedente, buio totale.
Ieri pomeriggio, sempre Tata al telefono, io le spiego che non avevo molto tempo perchè dovevo andare a prendere mia sorella a scuola e poi andare dal gommista perchè mi sembrava di avere un problema alle gomme. E lei mi dice: "E quando studi italiano?". Io casco dalle nuvole ricordandomi di dover studiare Montale, Saba e Ungaretti e di non avere il tempo di farlo. La mia risposta credo sia stata un "Non lo so". (In effetti ieri non ho studiato italiano)
Ieri sera, a cena, mia mamma mi ha chiesto se le versavo un po' d'acqua. Ho preso la bottiglia, le ho versato l'acqua. Riposta la bottiglia, ho preso il mio bicchiere (vuoto) e l'ho portato alla bocca cercando di bere l'acqua che non c'era. Mia mamma, vedendo la scena, è scoppiata a ridere.
Oggi a pranzo, sempre io e mia mamma. Ho preso la bottiglia, mi sono versato da bere guardando il telegiornale. Poi ho portato il bicchiere alla bocca inclinandolo: metà dell'acqua contenuta si è rovesciata nel piatto dato che il bicchiere non aveva raggiunto le mie labbra...Per fortuna avevo finito di mangiare.
Insomma, qualcuno di voi conosce una buona clinica psichiatrica?!? :-D
Vi siete mai trovati in una di quelle situazioni in cui tu vivi per gli altri, oppure sei assorbito dagli impegni, e inoltre sei consapevole di tutto quello che tu abbia da fare o che tu voglia fare, ma sei anche consapevole che non riuscirai mai a trovare il tempo per far tutto?
Vediamo di districare questa mia frase contorta. Il First se ne è appena andato, e con lui una buona dose di impegni. Tuttavia io sono uno spirito piuttosto dinamico, e, nonostante abbia fatto delle rinunce (come il forum di filosofia), sono pieno zeppo di impegni. Al lunedì il rugby con la rappresentativa d'Istituto, poi il martedì ed il mercoledì con la squadra, il giovedì le ripetizioni (alias tutoring) di matematica a queli pazzi di seconda (5 sagomacce), venerdì ancora allenamento, poi al sabato l'uscita con la morosa che vedo una volta a settimana e la domenica la partita.
Ed io vorrei studiare (ogni tanto, per hobby), oppure sono costretto a rifiutare gli impegni con gli amici, oppure non riesco a trovare il momento in cui fermarmi e non pensare a NULLA! Cancellare tutto e fare piazza pulita nella mia testa. Non ce la faccio! C'è sempre qualcosa: la tesina, la morosa (ma a lei penso sempre, non deve essere cancellata) il rugby, il blog che aggiorno sempre con le solite cose...
E poi capita che la tua prof ti guardi entrare in ritardo alla fine dell'intervallo, ti senta fare 2 o 3 affermazioni senza senso e ti dica: "Villa, ti stai perdendo un po', eh?"...In effetti sì...Forse quello che si dice "diventare grandi" significa anche questo, perdere il senso dell'orientamento e non avere più un Muppet come Kermit la Rana che ti consiglia: "Hai mai provato con l'Hare Krishna?", ma solo qualcuno che appena ti smarrisci troppo ti ricorda che hai qualcosa da fare per lui...
Da piccolo, come ormai vi ho ripetuto fino alla nausea, abitavo a Gropparello, un piccolo paese che differisce da Brescello solo perchè non è sulla riva destra del Po. Nel piccolo paese dove abitavo i centri di aggregazione di noi ragazzini erano il sagrato della chiesa ed il "campetto".
Sul sagrato della chiesa abbiamo iniziato a trovarci per giocare ad "Un,due,tre,stella!", oppure a nascondino. Il sagrato della chiesa era anche il nostro campo da calcio. Il ricordo che rimarrà per sempre impresso in me è questo: alla domenica mattina io ed alcuni miei amici ci trovavamo in sagrestia per fare i chierichetti. Dopo aver servito messa il prete, don Giulio, premiava il nostro servizio dandoci 2000 lire a testa. Con questi soldi noi andavamo a comprare un "supertele", uno di quei palloni di plastica che li tiri a destra e loro vanno a sinistra. Iniziavamo a giocare verso le 11.30 e a volte smettevamo anche all'una. Di solito non c'era bisogno di portare a casa il pallone, perchè spesso si bucava cadendo su una pianta di rose vicina alle scale del sagrato. Mi ricordo i primi calci al pallone, le partite interminabili, le strigliate di mia mamma, i vestiti "della festa" sporcati...Però mi divertivo un sacco!
Il campetto ha acquistato importanza più tardi, quando ero già in terza media. Il campetto è un piccolo campo da calcio, con le fascie erbose ma con la parte centrale del campo sabbiosa. E' al campetto che ho iniziato a giocare seriamente a calcio (se io posso considerarmi "serio"), è lì che ho fatto il primo gol in una porta che potesse chiamarsi tale, è lì che passavo gran parte dei miei pomeriggi, con ogni condizione di tempo. Il campetto era il nostro divertimento, mi ricordo che lo conservavamo fedelmente: quando "quelli del comune" venivano a tagliare i rami degli alberi che delimitavano la fascia sinistra, noi li aiutavamo a raccoglierli nelle fascine, così potevamo continuare a giocare. Una volta un mio amico (avevamo 14 anni) aveva stabilito che l'erba doveva essere tagliata e così è venuto giù col trattore per tagliarla.
Montagne di ricordi intrappolati nell'immaginazione e che trovano nella realtà odierna una profonda delusione. Sul sagrato sono comparsi vasi di fiori perchè i bambini non devono giocare sul sagrato. Il campetto è stato demolito perchè al suo posto sorga un parcheggio, ed insieme a lui è stata demolita la felicità del bambino che ancora vive in me.